Il gioco – un racconto quasi horror per HallOWO

Il nostro primo racconto breve a sfondo horror e a tema escape room per Halloween

Lo avevano invitato per Halloween a una serata fra amici: qualche gioco dell’orrore insieme, una bevuta, una pizza e magari qualche horror splutter per concludere la serata.
Dovevano vedersi a casa del nuovo fidanzato di Lidia. Non ci era mai stato, l’appartamento si trovava in una piazza da qualche parte nel centro, e quella sera sembrava particolarmente fredda e nebbiosa. Ancor più strana era la quasi totale assenza di altre persone in quel quartiere. Il ragazzo era arrivato sul posto prima dei suoi amici.
Certo è che, sul momento, non diede alcun peso al silenzio che aleggiava attorno sulla piazza. Anzi, si godette quel momento di quiete.

Poi, vedendo che non arrivava nessuno del gruppo, pensò che potessero essere già entrati.
Non aveva idea di cosa avessero progettato gli altri, aveva solo un numero civico, proprio in quella piazza. Lo raggiunse, non c’era alcun segno di vita, tutto taceva.
L’unica cosa che notò fu che il portoncino d’ingresso, di vecchio legno smaltato, era socchiuso.
Che siano già dentro?” si domandò, spingendo a malapena il portone. Il singhiozzante cigolio segnò l’ingresso del ragazzo nell’edificio.
La cosa interessante, ma che il giovane non aveva notato, era che aveva sbagliato civico. Per un qualche errore, o scherzo del destino, era entrato nel portone a fianco.

Tutto era buio di fronte alle sue pupille.

Non c’era alcuna luce, né lampada, a illuminare l’ingresso del palazzo, eccezion fatta per la fioca luce dei lampioni che riusciva a filtrare dall’ingresso alle sue spalle.
Tastò l’aria attorno a sé, finendo solo per afferrare polvere e ragnatele, appese là da chissà quanto tempo.
Poi una luce, effettivamente, si accese di fronte a lui: era grigiastra, quasi antica, e veniva dal basso, portava a una vecchia scala di marmo.
Lo richiamava da quella che doveva essere una cantina.
Uno scherzo?” pensò, magari supponendo che i suoi amici volessero fargli prendere un qualche spavento. Magari lo stavano aspettando con una qualche sorpresa là sotto, in quella cantina.
Si sbagliava.

Entrò nella cantina con un pestone, un calcio ben assestato alla porticina mezza scardinata, attraverso le cui fessure marce filtrava quella luce polverosa che lo aveva accolto.

-Sorpresa!-

Gridò nel silenzio, pensando di prendere in contropiede i suoi amici.
Il suo urlo riecheggiò basso nella cantina, mentre gli unici a udirlo furono la muffa e montagne di mobili, accatastati malamente qua e là, a riempire ogni angolo della stanza.
Poi, aguzzando un po’ la vista, il giovane notò che quella luce che lo aveva condotto fino a lì proveniva da una qualche vecchia lampada, come minimo del secolo prima. La osservò, la prese fra le mani, la ripulì dalla polvere e la sollevò.
Fulminee alla luce della lampada, sulla parete più lontana si stagliarono tre esili e alte ombre. Curve e minacciose, protendevano le loro braccia verso il ragazzo.
-Oddio!- trasalì, prima di rendersi conto della verità: erano solo alcuni manichini, consunti e probabilmente vecchissimi, pure loro. 

-Che paura!

Stava per abbandonare la cantina, forse intuendo che aveva sbagliato portone o supponendo che lì non avrebbe trovato i suoi amici. Ma fu proprio quel momento che segnò la fine, senza volerlo. Stava già impugnando l’enorme maniglia della porta dello stanzone sotterraneo, quando gli cadde l’occhio su di un lucchetto chiuso su di un bauletto, una combinazione di 4 cifre lo separava dal contenuto di quel piccolo scrigno.
Riprendendo in mano la vecchia lampada, si diede un’occhiata attorno. Notò che quello non era l’unico lucchetto, ma ce n’erano di varie combinazioni o chiusi da serrature un po’ ovunque. Custodivano segreti di cassetti, ante di armadi, scrigni che contenevano a loro volta ulteriori scrigni.
-Vuoi vedere che…- rifletté a voce alta, ripensando a quella volta in cui aveva partecipato a un’escape room.

-E va bene! Giochiamo!

Gridò, pensando che i suoi amici lo stessero guardando da una qualche telecamera nascosta.
Iniziò a frugare fra i cassetti e dietro i mobili, rovistò tra montagne di vecchi stracci e scrutò con attenzione i quadri nella penombra.
Cercava indizi, indicazioni, codici e chiavi per aprire i primi lucchetti di quella escape room.

Peccato che quella non fosse affatto un’escape room.
Il proprietario di quella cantina era morto da decenni, e l’unica eredità che aveva lasciato al mondo era stata quella di decine di lucchetti e serrature, testimonianza della paranoia che lo aveva condotto alla follia.
L’altra eredità era una maledizione, che ancora sopravviveva in quell’edificio.
La porta della cantina si era, pian piano, senza alcun sibilo, richiusa. Neppure con tutta la sua forza, il ragazzo avrebbe potuto riaprirla.
E mentre il giovane si dava da fare a cercare cifre nascoste nel fodero di vestiti abbandonati sugli attaccapanni, mentre frugava fra vecchie carte e quaderni pensando che in quella grafia scoordinata si celasse chissà quale indizio, non si rese conto di ciò che avveniva alle sue spalle.

I tre manichini, quelli che lo avevano fissato e adocchiato fin da quando aveva messo piede nella cantina, erano svaniti dalla loro posizione.
E tuttavia non avevano mai smesso di fissare il ragazzo con i loro volti senza occhi. Non avevano mai smesso di protendere le loro mani tumefatte e antiquate verso la schiena dell’intruso, colui che aveva osato violare il loro sonno eterno e maledetto.

Muovendosi fra le ombre, scivolarono da un lato all’altro della stanza.
Circondarono il ragazzo.

Il giovane, ignaro quanto incauto, continuava a tentare di trovare connessioni inesistenti.
Il 4 cerchiato a pagina 38 di quel libro di botanica potrebbe aver a che fare con quel lucchetto di fianco al vaso da fiori? Quella chiave arrugginita potrebbe aprire un passaggio segreto dietro qualche quadro o mobile antico? Questa foto in bianco e nero nasconde dettagli sul prossimo indizio?
Connessioni inesistenti che, infatti, ancora non gli avevano consentito di aprire alcun lucchetto o serratura. Perché tutte quelle connessioni erano solo nella sua mente, e quasi nessun legame univa alcuno degli oggetti che lo circondavano.
Ancora continuava a pensare che tutto quello, la polvere, la luce bassa, la ruggine, la muffa e la paura facessero parte di un gioco.
E mentre usava un’inutile lente d’ingrandimento nel tentativo di decifrare delle incisioni casuali sul legno di una scrivania, non si accorse della sua fine.

Non si accorse delle mani di vecchia stoffa che gli si posavano sulle spalle.
Non si accorse delle braccia che lo circondavano e lo afferravano per i gomiti.
Non si accorse delle tre figure che gli si piegavano addosso.
Non se ne accorse, finché non fu troppo tardi.

Gridò e sbraitò più che poté.
Ma nessun suono gli uscì dalla gola. Mani antiche e maledette ne trattenevano le urla: –Zitto… Va tutto bene…– gli sussurrarono in un orecchio.
Il ragazzo si dimenò e scalciò, ma fu inutile come lo era stato per le urla.
La forza di quei marcescenti manichini, ancestrale e sovrannaturale, non poteva essere superata da alcun essere umano, figuriamoci se un giovane qualunque poteva qualcosa.
Mentre gli stringevano la testa fra i loro saldi polsi, mentre gli chiudevano gli occhi e gli tappavano le orecchie, man mano tutto divenne silenzio e buio.
Mentre lo trascinavano fra le ombre, là, lontani dalla lampada, che cadeva e rotolava tra le ragnatele e la polvere. Lo portavano via, là, nell’angolo più remoto della cantina.
Tutto divenne immobile e nero.
I suoi amici lo avrebbero aspettato invano, per sempre.
Intanto, la mattina seguente, in quella cantina, quella stessa cantina, se qualcuno vi fosse entrato, avrebbe trovato quattro manichini.